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Paragrafo 2 . Giovanni Keplero.

     
Nel corso del sedicesimo secolo, con Niccol Copernico, abbiamo gi
incontrato  la  figura  dello scienziato.  L'artefice  della  prima
grande  rivoluzione  nella storia della scienza  moderna  si  muove
all'interno di uno spazio ben definito, quello dell'astronomia:  la
sua  opera si rivolge agli scienziati e trae origine - come  scrive
lo  stesso Copernico nella dedica del De rivolutionibus al  papa  -
dalla  considerazione che gli stessi astronomi non  sono  d'accordo
fra   loro  sul  modo  di  determinare  i  movimenti  delle   sfere
celesti(1).
     L'utilizzazione  filosofica della rivoluzione  copernicana,  a
partire  da  Osiander  e  soprattutto  nell'opera  di  Bruno  e  di
Galileo(2),  del tutto estranea alle intenzioni con cui  Copernico
ha affrontato e concluso i suoi studi.
     L'astronomo   tedesco  Giovanni  Keplero   (Johannes   Kepler)
rappresenta, nel suo rapporto con la filosofia e con la scienza, la
continuit  con  l'atteggiamento  di  Copernico.  Pur  aderendo   a
concezioni  filosofiche  tradizionali, come  il  pitagorismo  e  il
neoplatonismo,  egli  applica, nella sua  ricerca  scientifica,  un
metodo del tutto nuovo, molto vicino a quello di Galileo, che gli
     
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     consente   di   conseguire   gli   importantissimi   risultati
sintetizzati nelle famose "tre leggi" di Keplero(3).
     Keplero  aveva avuto una formazione di tipo teologico  (studi
teologia    all'Universit   di   Tubinga)   e   non    disprezzava
l'astrologia(4); convinto che Dio avesse proceduto  alla  creazione
seguendo uno schema matematico, si impegn nella ricerca di  quello
schema,  che doveva essere riconducibile alle sfere dei sei pianeti
e  ai  cinque  solidi  geometrici regolari(5). L'istanza  iniziale,
quindi,  che  muove  la ricerca di Keplero,   di  tipo  certamente
metafisico e addirittura mistico: si presumono una semplicit e una
perfezione  matematica  dell'universo e se  ne  cerca  la  verifica
attraverso  l'osservazione e il calcolo. L'inizio  dell'"operetta",
come la chiama lo stesso Keplero, in cui  esposta la dimostrazione
della  sua iniziale teoria, pu apparire addirittura ingenuo:  Dio,
nella  creazione dell'universo, avrebbe tenuto presenti  le  figure
geometriche gi celebrate al tempo di Pitagora e di Platone(6);  la
struttura dell'universo
     
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     riprodurrebbe la Trinit divina(7); infine, a riprova  che  le
figure geometriche preesistono alla creazione dei cieli, Keplero si
rif direttamente alla Bibbia(8).
     Come  si  vede, siamo molto lontani dal serrato esame  critico
delle  Sacre Scritture che sar condotto da Galileo di l  a  pochi
anni(9),  dal  rifiuto  totale del passato,  sostenuto  da  Francis
Bacon,  dalla  volont di Bruno di rompere insieme  ai  limiti  del
sapere  tradizionale quelli di un universo finito,  troppo  stretto
per un creatore infinito.
     Giovanni  Keplero accetta, del copernicanesimo,  non  solo  la
centralit  del  Sole  e  i  movimenti della  Terra,  ma  anche  la
finitezza  dell'universo.  L'universo finito  appare  all'astronomo
tedesco come una casa confortevole: "Per quanto riguarda il calore,
il  Sole  il focolare del mondo al quale si riscaldano i globi  [i
pianeti]  nello  spazio  intermedio. La sfera  delle  stelle  fisse
trattiene  il  calore affinch non si disperda ed   simile  a  una
parete, una pelle, o un abito del mondo"(10).
     Non  ha  senso,  per Keplero, parlare di universo  infinito  e
tanto  meno  della  possibilit che al suo interno  esistano  altri
mondi simili al nostro: visto che il nostro mondo, che va dal  Sole
al  cielo delle stelle fisse, racchiude in s la divina perfezione,
a quale scopo immaginare infiniti mondi? Keplero non riesce proprio
ad  accettare  tanti mondi uguali l'uno agli altri, con  le  stesse
creature,  con  tanti "Galilei quanti sono i mondi,  che  osservano
nuovi  astri  nei nuovi mondi" e si domanda: "Tutto  questo  a  che
scopo?"(11).
     A  Keplero sembrava impossibile che, in questo mondo perfetto,
intorno   a  Giove  potessero  esserci  dei  pianeti:  secondo   la
tradizione Giove era "il corpo pi bello" cui nessun altro  pianeta
poteva  essere  paragonato.  Eppure  Keplero,  cos  attento   alla
tradizione  antica, dimostr di essere partecipe del nuovo  spirito
scientifico guardando nell'occhiale di Galileo e ammettendo che non
potevano esserci dubbi sull'esistenza delle lune di Giove.
     Le    convinzioni   personali,   il   misticismo   pitagorico,
l'apriorismo  neoplatonico e la fede religiosa - che  rappresentano
lo  sfondo su cui Keplero si muove - non costituiscono un  ostacolo
alla sua ricerca scientifica.
     Quando,  dopo  una  serie  di  osservazioni,  la  raccolta  di
numerosi  dati, e soprattutto l'utilizzazione dell'immensa quantit
di misure effettuate da Tycho Brahe, Keplero scopre che l'orbita di
Marte  -  e  quindi  anche quella di ogni altro  pianeta  -  non  
circolare  bens ellittica(12), viene inferto un altro  duro  colpo
alla fisica aristotelica: il perfetto moto circolare, che Copernico
e Galileo non avevano messo in dubbio, scompare definitivamente dai
cieli.
     
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     Eppure  Keplero non utilizza la sua scoperta per rimettere  in
discussione  tutto  il  sapere che lo ha  preceduto:  si  limita  a
correggere   quanto   di   esso   si      dimostrato   errato(13).
L'osservazione - anche con l'uso di nuovi strumenti - e il  calcolo
sono  i mezzi che egli utilizza per procedere alla rettifica  degli
errori, limitando il proprio campo di indagine a quanto quei  mezzi
consentono  di  conoscere:  a Keplero, ad  esempio,  non  interessa
conoscere la natura dei corpi celesti, ma solo le leggi matematiche
che regolano i loro movimenti.
     L'universo  cessa cos di essere quell'organismo  animato  che
avevano   immaginato  gli  antichi,  e  anche   i   pensatori   del
Rinascimento,  per  diventare un grande  meccanismo,  un  "orologio
divino",  come  lo defin Keplero in una lettera  del  1605,  e  in
quanto tale conoscibile attraverso la matematica.
     La  scienza  moderna, con la matematizzazione dell'universo  e
della  fisica, sottrae al nulla il mondo del divenire. Ci che  nel
mondo  antico  sembrava  sfuggire ad  ogni  regola  e  quindi  alla
possibilit di essere conosciuto, una volta isolato dal Tutto, e  a
prescindere  da  esso,  diventa  per  lo  scienziato   oggetto   di
conoscenza certa e incontrovertibile.
